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In 5 mosse
Scritto da Francesco Murana   
giovedě 19 agosto 2004
Perché”In cinque mosse”?

Il motivo del titolo di per sé è abbastanza banale: le “mosse” sono le cinque canzoni e le cinque basi musicali che nel CD propongo. Inizialmente, quando ho cercato l’incontro con i Malinda Mai, i Maestri Antonello Manca e Fabrizio Meli, confesso  che ero totalmente a digiuno di cosa significasse lavorare con dei musicisti professionisti e cosa comporta fare un CD. Ero abituato a suonare con altri “in amicizia”, un po’ alla “vulemose bene” e sugli errori, sui fuori tempo, sulle sfasature si sorrideva “perdonando”…

 

Spiegati meglio.

Mi sembrava chiaro: Allora, con Antonello e Fabrizio il concetto ”suonicchiare” non esiste: l’amicizia è un conto e può essere abbondante, l’esecuzione “matematicamente umana” di una partitura è altro. Non sono ammesse sfasature. Fin dal primo giorno di prove, ho visto questo rigore. Oggi so che se così non fosse i Malinda Mai non sarebbero un’Orchestra, bensì un complessino. Antonello e Fabrizio sono veramente dei professionisti; con un orecchio così fine, da capire al volo – tra una prova e l’altra - se i musicisti hanno o no riprovato a casa, da soli, la partitura che gli è stata assegnata. E’ questo rigore la loro forza e la garanzia dell’esecuzione in orchestra.

"In Cinque Mosse". nasce quindi con queste circostanze: incidere un disco nella filosofia dei Malinda Mai non è "Tanto per farlo"

Il mio progetto iniziale prevedeva dodici-tredici canzoni. Non sapevo quanto lavoro e quanto rigore (se si vuole dare un prodotto degno dei nostri nomi e delle vostre orecchie) ci sia dietro. Fare un disco con tredici canzoni significava lavorare almeno tre anni. Troppi per me e troppi per i Malinda Mai. Senza parlare dei costi oggettivi per le mie tasche (proibitivi). Ho quindi ridimensionato il progetto iniziale ed ho ripiegato per “Cinque Mosse”. Ma, sia ben chiaro, non è un “prodotto di ripiego”; sono fiero del lavoro che abbiamo fatto: le canzoni che ho inserito nel progetto le amo: Certo, mi dispiace per quelle che sono rimaste fuori, però le canto nei concerti e non è detto che, un domani, finiscano anch’esse incise. Molto dipende anche da che accoglienza avrà “In Cinque Mosse”.

 

Le cinque canzoni seguono un filo logico o sono, diciamo “slegate tra loro”?

I temi che canto hanno un loro filo logico, le lega anzitutto il mio modo personale di “leggere la vita”. La canzone sui campi di sterminio nazisti si scosta dalle altre perché lì mi sono voluto immedesimare in un qualunque internato, anche se - nella foto - sul braccio, è segnato il numero 300860. E’ la mia data di nascita: rivendico quindi un tempo mio, un’identità, un “io-persona” che dice no alla barbarie della violenza, soprattutto quella che può arrivarci addosso da un potere costituito, anche se poi, nella foto, quel braccio penzola sfinito tra i rami spinosi di una rosa. E’ il braccio di un uomo vinto nel corpo ma che io voglio non vinto nel suo spirito. Non è facile, ma si può (e se necessario, si deve) - e tanti l’hanno fatto - morire dicendo NO AI POTERI. E ciò che dico – che può sembrare un invito all’anarchia pura - è nel Vangelo: “Non temete chi uccide il corpo; temete piuttosto chi ha il potere di uccidere sia l’anima che il corpo: costui dovete temere”. Arbeit macht frei (il lavoro rende liberi) è l'insulto, la sconcertante menzogna che campeggia all'ingresso di tanti campi di sterminio, compreso Auschwitz, campo di concentramento e sterminio nazista oggi in territorio polacco, non lontano da Cracovia. Ci sono stato per ben tre volte. PER NON DIMENTICARE. La prima volta sono stato così male che ho finito per vomitare, la seconda volta ho scritto una "poesia", la terza, mentre rientravo in Italia, preso da alcune intuizioni (che sono finite poi nel testo della canzone), non avendo carta ho preso appunti su uno di quei sacchetti in dotazione sugli aerei in caso di “malori”. Involontariamente si è chiuso il cerchio così come si era aperto.

 “Prigioniera”: esiste veramente?

“Prigioniera” è l’icona di tutte le persone sole che vivono nel rimpianto di ciò che hanno perso – soprattutto a livello di affetti - e che hanno un rapporto dolente con la loro vita attuale. Da quando sono sacerdote ho incontrato decine e decine di “prigioniere” e di “prigionieri”. Sono persone estremamente sensibili: Una sensibilità che si è trasformata in fragilità e quindi, per usare una terminologia medica, in un “deficit immunitario” incapace di fronteggiare gli attacchi “virali” della vita di tutti i giorni. Sia chiaro: vivere non è facile, soprattutto quando non hai il salvagente degli affetti, il sostegno che ti viene dagli altri. Siamo ontologicamente creati per stare in relazione con gli altri: quando questo viene a mancare - o si spezza - non è difficile diventare un “prigioniera”. Soltanto la fede, una fede autentica - non la religiosità - può creare le condizioni per una vita solitaria, per il “monos” l’ ”uno”, il monaco. Per questo la Chiesa riconosce la vocazione del “solo che sta con Dio”, il monaco. Niente a che vedere con chi è vittima della solitudine, di chi subisce l’indifferenza degli altri, con chi si difende o ha paura di avere rapporti con gli altri. Nonostante tutto le persone “ferite” sono quelle che mi offrono più possibilità di capire la vita, la loro, la mia, quella di tutti noi. In sintesi: i “prigioniera” anche se indossano la maschera è evidentemente sottile ed è più facile incontrarli veramente.

 

Tharros?

Quella canzone è un viaggio nella memoria. Sono nato a Cabras, uno dei pochi paesi della Sardegna che ha con il mare e le lagune la propria storia segnata, intrecciata. Il mare quindi, con le sue possibilità. Sul mare sorgeva Tharros, antica città punico-fenicia poi romana. Tharros è i suoi commerci: il suo oro, le porpore, l'ambra importata dal Baltico. Tharros era lontana dai grandi centri di cultura e per ciò stesso è  stata influenzata con eguale intensità dalle principali correnti del Mediterraneo.

Tharros è i suoi gioielli splendidi, lavoro e fantasia. Purtroppo tante cose sono andate perdute per sempre e molto è ancora sotto la sabbia. Tharros è il suo immaginario fantastico, madre e custode, nella sua necropoli del IV sec. a.C., del Bes stetocefalo sardo, i cosiddetti "Grilli"; inquietante sintesi di teste umane ed animali, tema espressivo imparentato con la mitologia scito-iranica. Purtroppo i “Grilli” sono… spariti! Sono riuscito a trovare soltanto dei disegni sul libro del lituano Jurgis Baltrusaitis (Il medioevo fantastico. Ed Adelphi). Infine, Tharros che lentamente muore, ingoiata dal mare e dalla sabbia, come una Venezia ante litteram. Tharros, è la madre di Cabras e di Oristano. Tharros, “sono io, sei tu, siamo noi; è la ruggine del nostro coraggio”. 

 

E per finire arriviamo a Telemaco e Ulisse.

Ho sempre amato l’Iliade e l’Odissea e mi ritengo fortunato a riguardo per tre cose: la prima è che gli anni sessanta abbondavano di films cosiddetti “storici”, Ben Hur del 1959 con Chalton Heston, la Tunica, Maciste, il Colosso di Rodi di Sergio Leone, Ulisse, anno 1954, interpretato da Kirk Douglas di Mario Camerini, Spartacus di Stanley Kubrick del 1961 sempre con Kirk Douglas… il secondo motivo è che mio nonno aveva L’Iliade, l’Odissea e l’Eneide ed aveva la passione a la pazienza di leggermi le vicende degli eroi, di quel mondo fantastico fatto di grandi figure, grandi scelte, grandi battaglie, eroi e dèi schierati, prodigi e incantesimi, grandi amicizie, amore e morte… ci sono cresciuto su quelle storie ed appena ho imparato a leggere (la terza fortuna!) potevo finalmente avventurarmi da solo in quelle pagine, nascondermi anch’io nel ventre del cavallo di legno o accecare la forza bruta di Polifemo… piangere per la morte di Eurialo e Niso, amare Achille ma non perdonargli la crudeltà bestiale nel confronti del cadavere di Ettore, sentire un’immensa pena per Priamo che si umilia per riavere indietro le spoglie del figlio, ansimare insieme a Enea che fugge da Troia in fiamme… Quando nel 1968 la televisione mandò in onda l’ormai leggendaria Odissea di Franco Rossi, tutti quei personaggi ce li avevo dentro come parenti. Come dimenticare Irene Papas nel ruolo di Penelope?

Una delle prime canzoni che ho scritto è proprio Penelope (che purtroppo non ho inserito nel CD ma che, se “In cinque mosse” andrà bene, sarà la prima canzone che registreremo nell’eventualità di un altro CD).

Con Telemaco ho tentato di addentrarmi nel rapporto padre-figlio che è obbligatoriamente mediato dalla madre. Ho immaginato il loro rapporto stabile pur nella sofferenza di quest’assenza che pesa: di Ulisse non si sa nulla e sia Penelope che Telemaco hanno un estremo bisogno di lui. Telemaco sente fragilità e vorrebbe tanto trovare sostegno nel padre che non ha… con Antonello abbiamo deciso di esprimere anche musicalmente quattro stati d’animo: un tempo libero e dolente che fa da prologo e da epilogo, il Sirtaki scritto interamente da Antonello che è elogio e riconoscimento alla Grecia per tutto ciò che ha donato al mondo, un tempo di nostalgia e quasi-rancore nel cantato “Ho un padre raccontato…” che tra noi chiamiamo “a passo d’asinello” e poi il Valzer che è la vita che sarà ma non si riesce a scegliere quale.

Ulisse invece è una classica ballata con reminiscenze country-irlandese; è un pò un omaggio all'Irlanda: ho abitato per un anno intero con una quarantina di irlandesi ed erano praticamente tutti  cantanti e musicisti: abbiamo scambiato esperienze musicali e letterarie in quell'anno.

Ulisse è l’inquieto, l’uomo che non si accontenta di ciò che ha già raggiunto perché sa che oltre il capito ed il visto c’è altro da vedere, da scoprire, da conoscere. E’ ambizioso nella volontà di capire, non gli interessa possedere le cose in modo materiale, lui “cerca l’anima delle cose” anche se sa che il limite della sua umanità lo fermerà davanti alle “colonne d’Ercole”… Sa che la giovinezza  conosce la morte “per sentito dire” e questa è la sua volontà di forza – che rasenta il blasfemo – “sfidare dèi o ciclopi è un guizzo giovanile”. Purtroppo in tutto questo c’è poco spazio per Telemaco e Penelope: è troppo poca la nostalgia di loro, fragile lo slancio del desiderio, forte l’incapacità di vivere come tutti gli altri “legati ad un solo orizzonte”, “un’esistenza tutta cucita in quei pochi passi”.

Ulisse conosce l’odore della terra, ma “nei polmoni ha l’odore grasso della sua nave”. Questo Penelope lo sa bene, per questo, quando s’interroga sulla vita di Telemaco canta: sarai “come Ulisse rapito dal mondo, mai sazio di spazi, di gente?”.
Ultimo aggiornamento ( giovedě 13 dicembre 2007 )
 
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